<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="0.91"><channel><title>Istituto Superiore Apprendimento</title><description>Le notizie</description><link>http://www.istitutosuperioreapprendimento.org</link><language>it</language><item><title><![CDATA[Cervello e false partenze]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>Guardando le recenti Olimpiadi ci siamo forse stupiti per la prontezza con la quale i velocisti scattavano dai blocchi pochi centesimi di secondo dopo che lo starter aveva esploso il suo colpo di pistola. Nulla di strano: i neuroni che elaborano i suoni sono in grado di recepire e rispondere agli impulsi con incredibile precisione e velocità, influenzando il nostro comportamento in tempi estremamente ridotti. Lo ha rivelato lo studio condotto da un gruppo di neuroscienziati del Cold Spring Harbor Laboratory.<BR>Gli scienziati statunitensi si sono concentrati in particolare sulla corteccia uditiva dei ratti, osservando come gli animali siano in grado di distinguere segnali separati da un intervallo non superiore a tre millesimi di secondo. <BR>La scoperta del gruppo del CSHL, guidato da Anthony Zador, potrebbe avere un notevole impatto sul modello di funzionamento neuronale attualmente riconosciuto. Fino ad adesso, l'informazione appariva connessa al tasso degli impulsi, mentre secondo Zador e colleghi a rivestire un ruolo cruciale non sarebbe tanto la frequenza delle sollecitazioni quanto lo schema secondo cui esse sono organizzate.<BR></P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=25]]></link></item><item><title><![CDATA[La mancanza di controllo che confonde]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>Quanti di noi tendono a fornire spiegazioni per gli eventi spesso caotici e imprevedibili di cui è costellata la nostra vita quotidiana? Un gruppo di ricercatori americani ha dimostrato che questa tendenza nasce da un bisogno fortemente radicato nella nostra specie: quello di creare un ordine, anche immaginario, che compensi la sensazione di mancanza di controllo cui determinate situazioni della vita possono sottoporci. I ricercatori, appartenenti a due Università del Texas e dell'Illinois,&nbsp; hanno sottoposto dei volontari a condizioni che simulassero la sensazione di una perdita di controllo sugli eventi. Ad essi sono state poi mostrate delle immagini composte da punti, alcune raffiguranti forme molto riconoscibili, come una sedia o il pianeta Saturno, mentre in altre i punti erano stati disposti secondo uno schema assolutamente casuale. Si è così potuto osservare che, mentre pressoché tutti i soggetti riuscivano a individuare le figure significative, molti di coloro in cui era stata indotta artificialmente la sensazione di perdita di controllo “vedevano” forme anche nelle immagini costituite da punti disposti a caso. <BR>Secondo Adam Galinsky e Jennifer Whitson, due tra i conduttori dell'esperimento, “quanto minore è il controllo che le persone hanno sulla propria vita, tanto più cercano di riconquistarlo attraverso un&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; meccanismo che porta la gente a vedere falsi schemi, immaginando tendenze di mercato, aspre critiche sul volto di chi è di fronte, cospirazioni tra persone del tutto tranquille”, suggeriscono gli studiosi, che hanno pubblicato l'importante scoperta su Science. Nella parte conclusiva dell'esperimentoi ricercatori hanno sottoposto il gruppo di volontari che erano stati privati della sensazione di controllo ad una serie di esercizi miranti, a ripristinarlo, attraverso la riattivazione e l'espressione dei valori etici, estetici ed esistenziali più importanti per loro. Grazie a questo training, i soggetti riuscivano a evitare gli inganni percettivi, recuperando uno sguardo obiettivo sulla realtà. (Fonte: le Scienze)<BR></P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=22]]></link></item><item><title><![CDATA[L'illusione salta all'occhio]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>A volte la realtà non è ciò che sembra... Ma spesso il difetto sta nel manico: cioè, nel caso della percezione visiva, nell'occhio stesso. A confermare scientificamente quest'intuizione filosofica giunge puntuale una ricerca statunitense, effettuata da un gruppo di neuroscienziati del Barrow Neurological Institute, centro di studi sul cervello situato in Arizona, e riportata in un articolo su Proceedings of the National Academy of Sciences. E' capitato a noi tutti di fissare quei disegni in cui le linee sembrano “muoversi da sole”. I ricercatori hanno scoperto quale fenomeno sta alla base dell'illusione: si tratta di impercettibili movimenti involontari dell'occhio, detti “microsaccadi”, i quali si verificano in particolare quando manteniamo fisso lo sguardo su un punto. Per convalidare l'ipotesi, l'equipe di ricerca, guidata da Susana Martinez-Conde, ha utilizzato un celebre effetto ottico: quello dell' “Enigma”, immagine disegnata dall'illusionista Isia Leviant nel 1984. A tre volontari è stato chiesto di fissare l'immagine, premendo un bottone quando l'effetto ottico sembrava meno intenso o addirittura inesistente, e rilasciandolo quando le linee apparivano muoversi più in fretta. Nel frattempo i loro movimenti oculari venivano accuratamente monitorati. E' così apparsa evidente la correlazione: l'illusione ha luogo solo quando le microsaccadi hanno un ritmo più veloce (può arrivare fino a 500 movimenti al secondo), mentre svanisce quando i movimenti sono assenti. Grazie a questa scoperta, è stato possibile mettere da parte le ipotesi che consideravano il cervello unico responsabile delle illusioni percettive. (Fonte: <A href="http://www.galileonet.it/">www.galileonet.it</A>)</P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=20]]></link></item><item><title><![CDATA[Una proteina per resistere]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>A volte proviamo degli impulsi apparentemente incontrollabili, ma per fortuna nel nostro cervello esiste una “valvola di sicurezza”: si tratta del Npas4, una proteina che, secondo i suoi scopritori, i ricercatori del Children's Hospital di Boston, svolge nel nostro cervello un po' la funzione di un interruttore. Quando tale proteina viene prodotta in gran quantità, sui neuroni aumentano le “sinapsi inibitorie”: vale a dire, connessioni tra le cellule cerebrali in grado di selezionare gli impulsi, “resistendo” a un livello eccessivo di eccitazione. I ricercatori hanno in effetti osservato che la produzione di Npas4 aumenta quando l'attività sinaptica presenta segni di agitazione eccessiva. Secondo il coordinatore dello studio Michael Greenberg, “è come se l'eccitazione stessa innescasse un programma per riequilibrare l'ettività cerebrale con l'inibizione”. Inoltre, gli esperimenti effettuati hanno dimostrato che nei topi deprivati di questa proteina compaiono problemi neurologici come l'ansia, la tendenza a un comportamento iperattivo e persino crisi epilettiche.<BR>Sono proprio questi i disturbi che la scoperta, pubblicata su Nature, dei ricercatori di Boston, potrebbe rendere meno oscuri alla ricerca terapeutica. L'ipotesi di Greenberg e della sua equipe, infatti, è che l'Npas4 giochi un ruolo fondamentale nella fase della crescita, quando si assiste a una frenetica attività cerebrale, con la comparsa di molte sinapsi eccitatorie: se la proteina viene prodotta in misura insufficiente, si possono manifestare problemi anche gravi quali l'autismo e la schizofrenia. La sostanza potrebbe perciò costituire la base per curare tali disturbi. ( fonte: <A href="http://www.galileonet.it/">www.galileonet.it</A>)</P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=18]]></link></item><item><title><![CDATA[Dormire bene? Una questione di atmosfera]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>Scegliere il luogo giusto in cui dormire non è impresa banale: serve anche del fiuto! <BR>Lo ha rivelato una ricerca svoltasi presso l'ospedale di Mannheim: chi dorme in un'atmosfera profumata, respirando ad esempio essenza di petali di rosa, riferisce al risveglio di aver fatto sogni sereni e positivi; i volontari che, al contrario, sono stati “costretti” a dormire in un ambiente contaminato dal sentore di uova marce hanno raccontato di aver passato una notte agitata, appesantita da qualche incubo.<BR>Boris Stuck, il ricercatore tedesco autore della scoperta, i cui risultati sono stati resi noti in questi giorni al Meeting dell'Accademia Americana di Otolaringologia – Head and Neck Surgery Foundation, che si svolge annualmente a Chicago, ha affermato che la messa in luce della correlazione sogni-olfatto potrebbe aprire la porta alla messa a punto di rimedi innovativi contro i disturbi del sonno. (Fonte Repubblica.it)</P>
<P>&nbsp;</P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=16]]></link></item><item><title><![CDATA[Ad Harvard si studia la felicità]]></title><description><![CDATA[<P align=justify>La felicità si impara: adesso anche all'università, e non in una qualsiasi, ma nel più prestigioso ateneo americano, quello di Harvard, dove il corso di Psicologia Positiva (nome ufficiale dell'insegnamento, anche se gli studenti preferiscono chiamarlo “scienze della felicità”) ha riscosso l'anno scorso un enorme successo, risultando il più frequentato in assoluto con 850 iscritti.<BR>Per sottolineare il concetto che una vita soddisfacente non è frutto del caso ma di scelte deliberate, il docente incaricato di tenere il corso,&nbsp; Tan Ben-Shahar, autore del bestseller Happier: Learn the Secrets of Daily Joy and Lasting Fulfillment, indica ai propri allievi la via all'autorelizzazione servendosi di un mix di fonti: dai manuali di self help alla filosofia di Aristotele, fino ad arrivare agli scritti degli stoici e al buddismo. La sua “psicologia positiva”, in tal modo, diviene il bacino di confluenza di una quantità di approcci desunti sia dalle scienze sociali che dalla storia delle religioni e delle filosofie sia d'occidente che d'oriente.<BR>A fare da apripista al successo del corso di Harvard, però, era stata un'altra università, quella della Pennsylvania , dove&nbsp; un altro docente, Martin Seligman, incuriosito dalla constatazione che, posta di fronte a un problema apparentemente insolubile, la maggioranza degli individui tendeva ad arrendersi, mentre una minoranza riusciva ad essere perseverante, cercò di applicare le sue scoperte insegnando ai suoi allievi come acquisire un maggiore autocontrollo, che consentisse loro di uscire vittoriosi anche dalle situazioni più difficili. <EM>(fonte Repubblica.it)</EM></P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=15]]></link></item><item><title><![CDATA[Crescere nell'eccellenza]]></title><description><![CDATA["Crescere nell'eccellenza", il testo in cui Patrizio Paoletti illustra la sua innovativa Pedagogia per il Terzo Millennio, è già da febbraio disponibile nelle librerie italiane. Il libro, distribuito dalla Armando editore (pp. 175 - 15 euro), si <STRONG>propone</STRONG> come un vero e proprio manuale per rilanciare e trasformare la propria vita "imparando ad <FONT color=#33ff00>imparare</FONT>": educandosi, cioè, ad affrontare la vita <A class="" href="http://www.google.it/" target=_blank>come una sfida di educazione </A>continua, che inizia necessariamente da se stessi. A partire dalle più avanzate teorie neuroscientifiche e pedagogiche, Patrizio Paoletti elabora un modello di riconoscimento, organizzazione e trasferimento del sapere di immediata applicabilità all'esperienza di tutti i giorni, in modo da fare di ogni accadimento quotidiano il trampolino di lancio per tendere costantemente all'eccellenza. Genitori, educatori, insegnanti e formatori, in particolare, potranno trovare ispirazione in questo testo, di semplice lettura ma profondo nell'esplorare il "sistema uomo" in tutte le sue componenti, in un percorso che, a partire dalla visione, si alimenta grazie all'innesco delle emozioni, per giungere infine all'azione.]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=4]]></link></item><item><title><![CDATA[Gli sportivi parlano meglio]]></title><description><![CDATA[E' finito il tempo in cui l'immagine diffusa dello sportivo lo descriveva come in possesso di capacità di articolazione linguistica inversamente proporzionali alle abilità motorie... Almeno finchè si continua a parlare di sport! Infatti, secondo una ricerca compiuta dalla facoltà di Psicologia dell'Università di Chicago e pubblicata sulla rivista PNAS, il coinvolgimento, anche in qualità di spettatori, in un'attività sportiva, mette in moto aree che, quando non sono direttamente coinvolte nella gestione dei movimenti necessari a conseguire gli scopi agonistici, vengono utilizzate per comprendere il linguaggio (spesso criptico per i non addetti ai lavori) che caratterizza tale pratica.<BR>Risultato? Apprendendo uno sport... si parla meglio. <EM>(Fonte: Le Scienze di Repubblica.it)</EM>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=3]]></link></item><item><title><![CDATA[La depressione si cura con i valori]]></title><description><![CDATA[La depressione? Fortemente collegata al senso di colpa. Quanto a quest'ultimo, si tratta della diretta conseguenza di un comportamento in contrasto con i nostri valori. Sono le conclusioni (pubblicate dalla rivista Cerebral Cortex) cui sono giunti i neuroricercatori dell'Università di Manchester, i quali, utilizzando la risonanza magnetica funzionale, sono anche riusciti ad identificare le aree cerebrali in cui si svolge il processo che valuta l' "eticità" dei comportamenti. Secondo il leader dei ricercatori anglosassoni, Roland Zahn, tali scoperte potrebbero portare alla scoperta di nuovi approcci alla cura, ma anche alla prevenzione della depressione. <EM>(Fonte Le Scienze di Repubblica.it)</EM>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=2]]></link></item><item><title><![CDATA[Scoperta la sede dei ricordi]]></title><description><![CDATA[<P><A class="" href="http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/scienza_e_tecnologia/cullaricordi/%20culla-ricordi/culla-ricordi.html)" target=_blank></A>Uno studio compiuto all'Università Davis della California getta nuova luce sui meccanismi che ci consentono di fissare i ricordi. Secondo i ricercatori statunitensi, autori di un esperimento che ha coinvolto molti volontari, il meccanismo della memorizzazione somiglierebbe alla composizione di un puzzle composto da più elementi. La fissazione dei ricordi scatterebbe ogni volta che, collegando insieme una coppia di concetti, si attiva un'area del cervello, finora sottovalutata, detta "corteccia peririnale". Sarebbe proprio questa zona la vera "culla dei ricordi", responsabile di tutti i processi di apprendimento mnemonico.<BR>La scoperta, diffusa dalla rivista Neuron, fornisce importanti indicazioni che potrebbero trovare applicazione pratica nella lotta a malattie che compromettono la facoltà di memorizzazione, come l'Alzheimer. <EM>(Fonte Repubblica.it)</EM></P>]]></description><link><![CDATA[http://www.istitutosuperioreapprendimento.org/news.asp?id=1]]></link></item></channel></rss>